Sicilia da costa a costa

Cinque giorni sulla Sud Occidentale Sicula

Pubblicato il 8 maggio 2014

eraclea minoaQualsiasi idea avessi della Sicilia sudorientale, andava scartata. Il web nemmeno visivamente riesce a trasmetterne una percentuale non risibile. Il passaparola è quantitativamente ridicolo in questa zona dove arrivare e muoversi è solo la prima tra le prove che questa terra richiede prima di dimostrarsi nella sua dura e cruda bellezza. Sempre che bellezza non sia proprio scontrarsi con queste ruvide realtà.
L’aria vacanziera al traino di Ryanair, l’atmosfera fresca e multicolore trapanese, sfumano man mano che si scende per attraversare da costa a costa l’isola sul lato basso. Dopo Mazara del Vallo si spegne veloce nella desaturazione di paesaggi brulli che si tuffano silenziosi nel mare agitato dall’onnipresente vento. Le vigne basse tra scorrimenti veloci utopici si fanno montagna nell’agrigentino, terra bruciata nel litorale nisseno, serre nel ragusano, pietra nella val di Noto fino alla punta di Siracusa. agrigento
Abbandono e desolazione diventano termini ricorrenti, seguiti da incuria e inciviltà. Qualcuno zappa isolato terre sconfinate eredi del latifondismo che ha privato ettari e ettari di qualcosa di diverso da monocoltura estensiva, qualcuno rattoppa un muretto a secco, qualcuno dipinge di bianco una parete. Poi solo qualche pecora e qualche mucca. Grandi casali cadenti. Erba alta, altissima, ovunque, invade ogni lato fino a metà carreggiata. Agglomerati urbani più grandi di quanto ti immagini spuntano come giganti nascosti dietro ai monti, invisibili fino all’ultimo e ingombranti nelle loro dimensioni ad alto contrasto nel nulla in cui bruscamente finiscono.

Ti assale dall’alto e all’improvviso, Porto Empedocle. Ciminiere e torri delle Zone 167 in equilibrio su scogliere a strapiombo sul porto vecchio, sui vicoli all’ombra del forte, sui viali stretti dove rimbalza lo sciabordio di un dialetto morbido e incomprensibile. Un conurbamento unico con Agrigento, non sarebbe più importante di Sciacca – grande il doppio, con uno dei porti pescherecci più importanti d’Italia – o di Licata – porto industriale, sormontato dal grande faro – ma qualche dettaglio lo mette più in alto nei risultati dei motori di ricerca: quello dedicato al filosofo agrigentino è il porto provinciale di riferimento per Lampedusa, lì attraccano le navi militari che portano sulla terraferma del Continente naufraghi e profughi, superstiti e vittime. Dopo Porto Empedocle ci sono i centri di identificazione ed espulsione. Chi ce la fa, chiede lo status di rifugiato. Chi ce la fa, approfitta delle falle più o meno volontarie nel sistema per attraversare le maglie lente e disperdersi. Chi ce la fa, si aggancia ad ammortizzatori sociali territoriali estranei al codice penale per lavori di fatica nelle campagne del Sud. Chi non ce la fa, viene “sottoposto a provvedimenti di espulsione e/o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera”. In troppi, però, terraferma non l’hanno mai toccata e dal fondo del canale di Sicilia ci ricordano che senza il neocolonialismo neoimperialista occidentale se la sarebbero risparmiata, la traversata delle morte.
porto empedocleIl porto che ha dato i natali ad Andrea Camilleri ti mette subito di fronte a una dura realtà sud-siciliana: per le strade si vedono solo vecchi e adolescenti e africani. Quando va bene, altrimenti nemmeno loro. Manca un’intera generazione, gli abitanti 20-50 sono assenti o emigrati. Più emigrati, direi, per quanti ne ho visti altrove. D’altra parte in mezzo migliaio di chilometri non ho incontrato una zona industriale; non un manifesto di un evento, pizzerie a contarne su massimo due mani, kebabbari zero, discoteche sconosciute. Un uso imbarazzante dell’Algerian. Addirittura pochi bar. Ogni poco, però, purtroppo, scheletri di edifici mai conclusi, abusi edilizi in attesa di condoni, ecomostri e scempi, discariche di tutto da pneumatici ad amianto, accessi interdetti e porzioni di litorale privatizzate, rottami di stabilimenti – pochi, pochissimi – cadenti o in rovina o bruciati, segnali stradali anni Ottanta (chi lo ricordava più lo stop nel triangolo); in quei quattro opifici rimasti “in piedi” a testimoniare un passato in cui qualcuno lavorava escono i rami della vegetazione dalle finestre. valle dei templi
In alto sopra Porto Empedocle, Agrigento si staglia netta oltre la valle dei Templi. I reperti sono uno spettacolo, ben tenuto, ben conservato, piacevole da gustare sotto il sole tra orti e olivi. Ma qualcosa sembra quasi mancare, in base alle esperienze turistiche che ognuno può fare in giro per il mondo. C’è un solo baracchino che vende souvenir, un solo bar – per un numero di turisti comunque ridicolo, e parliamo di un giorno festivo – un solo punto ristoro chiuso, non più di una decina di africani scarsamente motivati a vendere collanine.

valle dei templiIn ogni caso, la valle dei Templi merita. Alle sue spalle, Agrigento, meno. Una città da cui sembra gli abitanti siano scappati in fretta anni fa lasciando le case addossate una all’altra disordinatamente nell’irregolare centro storico a crollarsi addosso. Voglio rispondermi che era il giorno festivo a spingere via la gente dal centro. Difatti, al lido di San Leone spostarsi era un’impresa e il parcheggio del centro commerciale vomitava automobili; tuttavia tra i Templi c’era un numero di turisti – perlopiù tedeschi e francesi – decisamente inferiore alle aspettative. Agrigento è una ghost town. “Bella domanda” mi risponde un ragazzo del posto quando gli chiedo dove trovo il centro storico, aggiungendo sconsolato che, in realtà, è quello dove sono il centro storico. Non l’avrei mai detto. I manifestini funebri sono affissi direttamente alle pareti delle case dei defunti lungo le vie, la vegetazione ha rotto i vetri dei palazzi storici e si affaccia sul corso, quella dietro le transenne che chiudono il duomo alla vista ha dimensioni tali da assicurarmi che da mesi se non anni non si lascia calpestare da anima viva.
Un sole pungente già alle otto del mattino e gli autoctoni col piumino. La ricotta ottenuta dal siero di latte di capra è giusto uno degli esempi delle decine e decine di pietanze (caciocavallo e cannoli, crema di pistacchio e pesto, mandorle e arancini, agrumi e marmellate, olio verdissimo piccante e vino da paura) che stomaci come il mio avrebbero bisogno di settimane e settimane per assaggiare tutte e è un peccato di cui ogni volta che torno dal Sud mi dispiaccio. Gli aranci restano però appesi alle piante fino alla caduta: alla grande distribuzione conviene comprarli dalla Spagna e gli agricoltori siciliani hanno costi superiori a raccoglierli piuttosto che a lasciarli marcire. modica-noto-scicli
Le meraviglie Unesco del barocco Modica, Scicli e Noto hanno il fascino intatto dei secoli passati. Vicoli e scale, palazzi arroccati su scogliere, silenzi e atmosfere sospese nel tempo, ridondanze barocche e colori accesi, labirinti caldi in cui perdersi. Noto esclusa, l’accoglienza turistica è tiepida, quasi nulla, sicuramente non sfruttano il settore e questo rende i luoghi ancora quasi vergini. Difficile dire quanto sia politica e quanto carenza, difficile anche stabilire quanto sia vantaggioso e quanto dannoso. Il ridotto costo della vita – ignorando le percentuali di IVA tra il 4% e il 10% della Regione autonoma – suppongo sia in qualche modo collegato alla questione. Probabilmente un venditore di souvenir venderebbe. Io, alla fine, concludo che preferisco non vederne e leggo il non farti sentire turista come una forma di rispetto di questa terra verso chi la visita. Terra selvaggia, ma non si può dire inospitale. I siciliani sanno come farti sentire bene, sanno sorridere, e se possono ti danno più di quanto hanno, come solo in un paese povero può ancora accadere.

cavagrande del cassibilePiove anche al sud. Nulla rispetto all’esondazione del Misa che nel frattempo, dalle mie parti, porta a spasso automobili, ma qualche goccia scende. Si lamentano i siciliani, sembra che da agosto dell’anno scorso non abbia mai smesso, a loro dire. L’aria cambia veloce ad Avola, costa ionica, ormai prossimo il termine dell’infinita SS115 Sud Occidentale Sicula spazzata dal vento. Avola, vino e vitigno Nero d’Avola, ma ad attraversare la pianta esagonale del centro non dico un wine bar, non dico un’enoteca, non dico una cantinaccia, ma almeno un’attività che spingesse questo vino come prodotto tipico locale me l’aspettavo. Niente o quasi. Non imparo ancora che ogni latitudine vive il vino in maniera diversa, qua sicuramente lo conoscono bene e hanno una lunga tradizione, ma mancano certi riti che nelle terre del Verdicchio siamo portati a considerare universali.
Le nuvole corrono mentre i tornanti salgono verso Cavagrande del Cassibile. Da lassù, sotto gli occhi la gola del profondo canyon. I panorami vanno ammirati dal primo all’ultimo metro di discesa, flora e fauna sono uno spettacolo a ogni altezza, l’acqua cristallina veloce sui fondali bianchi dei laghetti il giusto premio per il difficile arrivo a fondovalle.
Sui luoghi di Montalbano hanno concentrato quel poco di imprenditoria turistica che potrebbe funzionare tutto l’anno – le temperature lo permettono – ma la stagione, indifferente al ponte tra Aprile e Maggio, ancora è lontana dall’accennare una partenza. Che quando ci sarà dubito porti con sé qualcosa di simile a quella adriatica: tra Puntasecca e Marina di Ragusa la situazione balneare non è migliore che nell’Agrigentino, chalet pochi e chiusi, locali sprangati da mesi, lavori in corso da chissà quanto; qualche ragazzo in giro, sì, ma più africani che autoctoni, anche qua. Sventola la bandiera blu a Marina, ammesso che sia un riconoscimento di qualche significato (le Marche ne hanno 18, la Sicilia 4, così, per fare un paragone).

scala dei turchiSpezza la frastagliata armonia terra-Mediterraneo il bianco della Scala dei Turchi, capolavoro architettonico che solo la natura poteva modellare, una scogliera erosa da secoli di vento che s’allunga fino a mare inoltrato in un candore accecante. Tra folate che ti spostano e una porzione generosa di costa meridionale scoperta consumi questa panoramica con gli occhi e i polmoni, perché sai che ne avrai bisogno quando, in ben altri inutili lidi, cercherai in ogni modo di richiamare quelle sensazioni che l’ultima striscia di terra del continente t’ha lasciato.
Enormi viadotti nascono e muoiono nel nulla, all’ombra dei camini del polo petrolchimico di Gela. Latifondi sconfinati di centinaia e centinaia di ettari di feudo di una nuova borghesia agraria. siciliaScenari postbellici di abbandono intorno a paesetti dove ti chiedi cosa si diranno quei quattro vecchi ma soprattutto cosa farà fino a questa sera quell’unico immagino trentenne davanti all’unico bar aperto. Finisci per vedere la città, sinonimo di trambusto e perversioni umani, con meno disprezzo quando i chilometri della SS115 tornano a farsi piccoli. Marsala, il Porto di Allah, quinto comune siciliano per popolazione e primo nel trapanese. “A Trapani c’hanno quel porto e chissà che si credono”, commentano quando mi stupisco dei numeri. Garibaldi ti guarda da una parete su due, “città del vino” lo leggi perfino a terra, i prezzi del Marsala ti confermano che sei rientrato dove il turismo ancora arriva.
La notte sicula spegne l’illuminazione pubblica. L’alba che si alza su dalle saline ha un odore forte, nel buio che si fa rosa. Andarsene col sole che sorge è ancora più triste che farlo al tramonto. Già la seconda volta che ci capita. Non lo so se ci stringeremo ancora laggiù, dove l’Italia sembra un concetto lontanissimo, dove la terra sembra non volerti sopra finché non capisci che sei tu, per difenderti da quell’abbraccio, a tenere le distanze, dove sarebbe più ovvio cambiare ottica piuttosto che registrare quanto sia più facile andarsene che viverci, non lo so. Ma so prendere quello che trovo quando apro gli occhi e fare a meno del resto. Avrei solo voluto mille altri sguardi ancora.



Dillo a tutti

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