Andalucía. Dónde anda la luz

Alla rincorsa del sole nel sud della Spagna. Intensamente Andalucía.

Pubblicato il 22 maggio 2018

Dire Spagna e dire Italia non è la stessa cosa, in Spagna e in Italia: per quanto «calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi», stranieri da un isolato all’altro e nemici da una vallata all’altra, un italiano è italiano in Piemonte e in Calabria, in Friuli come in Sicilia. Vallo a dire a un catalano, a un basco, a un galego.
Ecco perché, nonostante quella trasferta medievale da pischello che accese il fuoco nella gemellata Balmaseda (País Vasco) e l’avventura galega alla fine del mondo e all’inizio del tempo, ho sempre considerato di non essere mai stato, veramente, in Spagna.

Alla ricerca di una destinazione oltre confine dagli standard vicini ai nostri (brutto dirlo: italiani, quindi elevati, checché se ne pensi) ora che ci si muove con un infante, dalla lingua nota, per una vacanza divertente eppure sostenibile nel momento in cui il protagonista chiede di rincorrere piccioni e giocare sullo scivolo, ecco che la Spagna ci è sembrata una buona meta. La Spagna vera, quella che parla castigliano (più o meno, dialetti a parte), batte i tacchi al suono delle nacchere, dice Olé e usa la espada para matar al toro. L’Andalucía, insomma.
Lasciata la pioggia alle spalle in un’alba di inizio maggio, abbiamo attraversato in volo il Tirreno verso una terra iberica increspata, colorata dalle ombre lunghe della prima mattina, calda e lucente ad accoglierci in riva al nostro stesso Mediterraneo, duemila chilometri a occidente.

Málaga, Marbella, Granada

Stretta tra alture e mare, Málaga si allarga tra i palazzi e i camini delle navi da crociera. Scintillante, ocra verde blu gialla bianca. Travertino e marmo, cactus giganti e vento, acqua terra e cielo. Un aeroporto immerso nel silenzio, una serie infinita di semafori là fuori che in Italia abbiamo consegnato all’oblio. Magnolie secolari dalle radici mastodontiche.
Il mio spagnolo che tale non è mai stato e ora s’è arrugginito fino al downgrade al più lacero itaniolo è comunque migliore del pessimo inglese parlato in questo sud. Una città pulita, un traffico educato, verrebbe voglia di viverci, a maggio. Alle dieci di sera ancora giorno, gonne cortissime, temperature deliziose, non sentirsi a disagio ad uscire di casa alle undici del mattino.
In centro edifici sventrati per lasciare posto a costruzioni moderne all’interno di facciate d’epoca. Un’idea di conservazione che non ha sfiorato la mano pesante di chi dalle mie parti, dopo il terremoto del 2016, non ha fatto troppi distinguo nel radere al suolo quello che le scosse avevano lasciato in piedi.

Alla Playa de La Malagueta la gente fa già il bagno. Vampate di ganja sul lungomare. Pocce al vento che fanno ombra, dipendenti comunali che lavano fontane e docce con una cura fuori da ogni logica di efficientamento, ma i rubinetti luccicano. Non una cicca sulla sabbia, le pareti dei palazzi intatte, intoccate dalla salsedine. O hanno imparato in questi anni, o al sud dell Spagna ormai il caffè lo sanno fare come noi.
In centro storico, all’ombra della cattedrale monca di un campanile, una quantità di ristoranti eccessiva, forse anche fastidiosa. A terra, in plaza de la Constitución, la Costituzione spagnola del 1978. La nostra, di Costituzione, aveva già trent’anni allora. A volte, dire qualcosa di giusto troppo presto può essere peggio che dire qualcosa di sbagliato.

Ci hanno messo un’eternità, ma finalmente hanno abolito i costi di roaming nei paesi UE. Qualcosa di buono, questa Europa destinata a crollare tra lacrime e sangue, è riuscita a farci credere di averlo fatto. L’autopista del Mediterráneo è brulla, torrida, puntellata di grosse città dormitorio sorte nel nulla tra viadotti altissimi. Marbella è una trappola turistica con un prezioso centro storico che sembra un suq bianco e gentile, imbruttito da negozi e ristoranti che ne fanno un banale centro commerciale a cielo aperto.
Certo, visto il Marocco e i suoi bazar, viene da pensare che probabilmente questa politica commerciale turistica applicata ai centri storici sulle rive opposte al Maghreb abbia conservato i centri stessi dall’incuria e dal degrado, ma ne ha rubato l’identità araba. Difficile immaginare un compromesso tra le due anime.

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Le disabitate sconfinate distanze autostradali andaluse non vedono stazioni di servizio né presenza umana per centinaia di chilometri, per esplodere poi in bombe urbane di notevoli dimensioni – «Civiltà, antica e depravata. L’hai mai conosciuta?» – che aggregano le presenze che la nostra mezzadria ha sparso in tutto il centro Italia ma qua, come nel sud Italia, si trova concentrata in grossi centri. Granada, una street credibility elevata, si stende ai piedi della Sierra Nevada, effettivamente innevata a colorare di bianco lo sfondo della cittadella medievale araba, in cima al colle che domina la vallata. Le sagome dei tori che popolano la costa qua sono un ricordo, il mercurio scende nella colonnina tra i palazzoni della sconfinata periferia.
L’icona di questa città è ovviamente l’Alhambra, il complesso arabo, la cittadella che già in bassa stagione ha tempi di prenotazione per l’ingresso di due settimane. A saperlo prima. Viaggiare allo sbaraglio come nei Novanta ai tempi dei social network è un lusso che ti permette di spalancare ancora gli occhi di fronte a certi spettacoli senza averli prima assaggiati sul monitor, ma ti espone a sorprese di questo tipo. Uno sguardo a tripadvisor – o anche solo a una guida cartacea che così presi dal riempire le valigie con i libretti Minibombo e Babalibri di Giona – ogni tanto aiuta (non solo per evitare la cucina italiana all’estero).
Non tutto il male viene per nuocere. Il centro storico di Granada, giù dalla collina dell’Alhambra, è un gioiello che avremmo lasciato al suo posto. L’inconfondibile odore di pelle di cammello nei suk, un barocco abbagliante, luce vivida e contrasti forti. Eco di flamenco nelle piazze, l’intensità dei colori vividi. Un’atmosfera incantata.

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Marinaleda, Sevilla, Cádiz

Sembra piccola, l’Andalucía, a valutarla sulle mappe. Ma noi abituati, almeno nella parte peninsulare, a muoveci in Italia in largo ed attraversare in duecento chilometri da costa a costa, qua nella penisola iberica abbiamo l’impressione di non arrivare mai. Complice il deserto delle campagne dell’entroterra andaluso, da un centro all’altro ci si dimentica la rotta.
A metà strada tra destinazioni, Marinaleda non potevo non infilarla. Sarà stata la domenica, sarà stata forse la troppa aspettativa, ma me l’immaginavo diversa. Non so come, ma non così. Da quarant’anni Marinaleda è comunista, governata in maniera assembleare; tutti i lavoratori ricevono lo stesso salario per le stesse ore di lavoro. Una storia di espropri e occupazioni, affitti di 15 euro al mese per case autocostruite; assenza di polizia. Un sindaco che dirige l’assalto a un supermercato per un esproprio alimentare destinato agli squatter di Siviglia. Tra ulivi grossi come querce, murales politici e bar con avventori domenicali alla terza Heineken, Marinaleda sembra più o meno un sogno realizzato. Ecco, direi che sta qui il cortocircuito. Il comunismo non realizza sogni, non avrebbe manco tremila abitanti, altrimenti, questo pueblo, ma trentamila almeno. Eppoi, con i sogni realizzati – o anche solo percentuali superiori allo zerovirgola -, saremmo ancora comunisti?

Siviglia è una città. Di quelle vere, toste, una milionata di anime al sole, la quarta di Spagna per dimensione. Una città con tutti i pregi e i difetti. Bracieri accesi per i picnic lungo la tangenziale, all’Alameda de Hércules la giovane umanità scarica l’hangover tra una Cruzcampo e un’Estrella Galicia in luridi bar, lesbiche che si infilano dita ovunque, maghrebini che scaldano la gnugna su bombole da campeggio. Tanti italiani dall’aspetto di fuggiaschi sotto il sole cocente a 30°, punkettoni allucinati danno la caccia ai piccioni tra una vetrina e l’altra delle catene Inditex.
Alle quattro del mattino Siviglia si addormenta, la techno rientra nei locali, i tossici perdono i sensi sul marciapiede. Nella calura del mattino, in centro le turiste si fanno selfie con la posa internazionale della gamba avanti, l’Hard Rock Cafè che ormai negli shop vende più teeshirts che caffe, un’accoglienza turistica che sembra dire che Siviglia sopravvive bene anche senza di te e se proprio vuoi fare il visitatore cavatela da solo.
Plaza de España è una di quelle esperienze che ancora sanno togliere il fiato. Siviglia è una città grande e grandi sono le distanze; in questa piazza enorme, spettacolare, è dolce sostare ore a godersi il fresco che arriva dal grande parco, le eco del flamenco, i remi che infrangono le acque del canale, i mosaici delle province spagnole.

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Aveva tutte le carte in regole, Siviglia, per conquistarmi al primo sguardo, ma per qualche imperscrutabile e idiosincratica ragione non l’ha fatto. Non subito o non del tutto, almeno. Sarà che vacanza senza mare, dalle mie parti, non è vacanza.
E allora direzione oceano, destinazione Cádiz. La città della luce, le fortezze con i torrioni tondi come in Portogallo. Un barrio che mi aspettavo più grezzo, ma dopo Siviglia ci voleva poco a sembrare chic. Una luce e un’aria profonde, affacciati sull’Atlantico, mi riaccendono quella fame di grandezze oceaniche che assaporai a Porto e di cui un po’ mi saziai in Galicia ma ancora fatico a reprimere, ogni volta che mi assale.

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Siviglia ci saluta con una nebbia che bagna. Dicono piova sempre, qua, gli autoctoni; sono un po’ scettico. I bambini girano mezzi nudi, gli africani continuano a vendere cappelli invece che ombrelli. Calligrafia e black letters ormai la fanno da padrone anche al Montana Store. Il Real Alcazar è un viaggio nella storia, un’esperienza sontuosa in un complesso architettonico mirabile, un giardino di aranci e mirti e magnolie da favola, ma il confronto con l’irraggiungibile enormità del Palazzo Topkapı, purtroppo, era inevitabile.

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Sui mezzi pubblici, sulle vetrate, sui tombini, un po’ ovunque per la città, quel logo NODO. L’ho scoperto solo in Italia, così preso dalla città da non aver voglia di chiederlo in giro o a google, cosa significasse quel rocchetto a forma di 8 tra NO e DO. NO8DO si legge “NO-MADEJA-DO” (rocchetto in spagnolo si dice madeja): questa è l’espressione fonetica della frase che in sivigliano, sciolta, vale come “No me ha dejado”. In italiano “Non mi ha abbandonato”. Ovviamente c’è una storia dietro questo motto, ma a me bastava già il significato, semanticamente parlando.
Perché superata la bolgia di Fiumicino, recuperate le forze nella prima locanda in terra umbra, dell’Andalucía, nonostante lo splendore di Malaga, il valore di Granada, la luce di Cádiz, è Siviglia che continuo ad avere negli occhi.
Siviglia che non mi ha abbandonato.



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