Tra Occidente e Oriente

Istanbul, tra un anno e l'altro, tra Europa e Asia, tra progresso e tradizione (pt.I)

Pubblicato il 8 gennaio 2014

Gli aeroporti sono un’esperienza frustrante, per chi non può permettersi di intrattenere gli astanti della domenica nelle terribili file ai checkin con avventurosi reportage. Ancora più frustrante quando la già frustrante esperienza in questione puoi concedertela, come lusso, al massimo due volte l’anno, nei momenti più sbagliati imposti dal calendario arrossito dalle festività nazionali, quando i viaggiatori di professione sanno bene essere l’occasione peggiore per farlo. Le inutili ore nei tutti uguali terminal, tra l’umanità peggiore dove facilmente mimetizzarsi con i suoi orrori alimentari e figli e bagagli al seguito, pesano insostenibilmente nell’attesa di attraversare due porte.

Al Sabiha Gökçen, hub che ha appena cinque anni, intitolato alla prima pilota femminile da combattimento nel mondo, sembra di trovarsi già in città: una spianata asfaltata tra palazzi enormi e piccoli minareti inghiottiti dalle torri residenziali. Un silenzio spiazzante. Qui è già Istanbul e mancano quaranta chilometri di traffico asiatico al centro, al di là del Bosforo, in Europa. Una metropoli che non stacca se non dove l’acqua l’ha imposto, una distesa ordinata inarrestabile di cemento e automobili tra Europa e Asia, tra progresso e tradizione.
istanbul
Il tassista, Tiziano Ferro alla radio e una sigaretta lunghissima in bocca, indica cinque punti da Taksim a destinazione: lo stadio in costruzione del Beşiktaş Jimnastik Kulübü, la Moschea di Tophane, il Ciragan Palace Kempinski Istanbul Hotel che era residenza del Sultano, i ritratti di Mustafa Kemal Atatürk alle pareti dei viali e il ponte sul Bosforo. Non so quanto né se intenzionalmente, ma i simboli dello sviluppo, del sacro, del lusso, dell’autoritarismo e dell’incontro tra culture che ha messo assieme in dieci minuti hanno fatto una foto alla città che, in pochi giorni, capisci non si sarebbe potuta sintetizzare meglio di così.

moscheabluIstanbul è una città musulmana. Al 99 e oltre percento, e è venerdì. Il silenzio della città vecchia è interrotto dal salmodiare dei müezzin – dei meno poetici altoparlanti, in realtà – che rimbalza tra i minareti ad addensare un’atmosfera come nessuna immagine può trasmettere né filmato imitare. Un fiume di fedeli esonda dalla Moschea di Sultanahmet, la Moschea blu, a fine sermone settimanale; anima il grande piazzale sotto l’arroganza dei sei minareti secondi per numero solo alla Moschea sacra della Mecca. La luce entra da 260 finestre, si riflette sulle ceramiche cobalto e turchese, ti stringe gli occhi; l’oro della calligrafia araba – che sostituisce la rappresentazione realistica di esseri animati proibita dal Corano – ammalia e fa soffrire chi non conosce quell’alfabeto che Atatürk sostituì nel Paese con la lingua turca. Nelle moschee nulla poté. Sotto la cascata di cupole, al di qua delle transenne che delimitano devoti e turisti, ammiro i corpi piegati verso l’Arabia e mi vedo come una volgare mancanza di rispetto, io invasore del loro culto per quattro foto e un’esperienza da ricordare.

santasofiaLa Moschea blu e Santa Sofia si fronteggiano. Sembra vogliano dimostrare l’una all’altra le proprie grandezze. Una basilica bizantina di 1500 anni, Santa Sofia, la chiesa cristiana più grande del mondo fino a quando non arrivò Mehmet il Conquistatore che la trasformò in moschea, quindi il Padre dei Turchi che ne fece un museo. Saccheggiata dai crociati, assalita dagli ottomani, oggi è data in pasto ai turisti con l’immensa navata e i mosaici scintillanti d’oro. La stratificazione di eventi e religioni ha accostato giganti serafini a nomi dorati di profeti e califfi, madonne bizantine e decorazioni coraniche in un risultato ora ambiguo ora armonico; ora estraniante come ogni frammento di storia quando lo tocchi con mano.

sultanahmet

istanbul-sultanahmetAll’ombra dei sette colli, per le vie della città vecchia, calligrafi e street food, prezzi ridicoli per un europeo, spezie a profusione, gatti in ogni dove e cani stanchi immobili. Una città pulitissima, di senzacasa neanche l’ombra, un senso di sicurezza non comune. Bancarelle vendono maschere di Guy Fawkes, bambini rom ballano al ritmo di tamburelli da mattina a sera. Quando non parlano italiano, i venditori – anche anziani – maneggiano un inglese invidiabile. “Non c’è Dio se non Allah e Maometto è il Suo profeta” recitato sulle facciate; integralismo islamico sconosciuto, in centro e nei sobborghi moderni, a giudicare dall’alcool venduto anche dai tabaccai, dai capi scoperti, dalle gonne corte e dalle belle calze, dall’esplosione di locali e discoteche, dall’accesa vita notturna. Dalle moschee, tutto sommato, semivuote tolti i turisti, tolto il venerdì.

grandbazaarSe, come dicono le guide, il Grand Bazaar ha ispirato Oscar Farinetti per il suo Eataly, attraversare il tempio torinese dell’italica genuinità e il più grosso mercato coperto al mondo a distanza di un paio di mesi qualche domanda sulle interferenze nel flusso da idea a realizzazione te la impone. Un labirinto di porticati e caravanserragli, un caos di eccessi sensoriali dove lasciarsi bombardare da colori e suoni, aromi e cibi, artigianato e infusi, sapori d’oriente e tipicità mediterranee, vapori e fumi, richiami in ogni lingua e narghilè in un turbinio di sensazioni dove perdere l’orientamento è la più immediata delle reazioni. Godersi la confusione la successiva. Non riuscire a varcare l’uscita a mani vuote la prima delle ultime.

cisternabasilicaLa suggestione di ombre e luci riflesse nell’acqua sotterranea della cisterna basilica, magnificenza dell’impero romano d’oriente finita in discarica e fortunatamente recuperata, l’enormità del Palazzo Topkapı, lussuosa residenza dei sultani, città nella città che domina Corno d’Oro, Bosforo e Mar di Marmara, e l’atmosfera greve della Moschea di Solimano il Magnifico, gioiello dello skyline e capolavoro dell’architettura ottomana, chiudono il circuito dell’industria turistica messa in piedi da una città, sesta meta turistica al mondo, che avanza a doppia cifra.
Di uno Stato che cresce del 5% annuo e non ha ancora deciso di abbandonare l’idea dell’adesione all’Unione Europea, dove diverrebbe il più esteso e il secondo più popoloso. Anche il primo a maggioranza musulmana, geograficamente al 97% posizionato in Asia. Uno Stato da 78 milioni di abitanti e un primo ministro che raccomanda alle sue connazionali di fare almeno tre figli. Ma soprattutto confinante con Siria, Iraq e Iran e armato dal primo esercito di terra per numero di soldati dell’Unione europea. Filoamericano, oltretutto. Auguro loro di restare tra Occidente e Oriente, di mantenere l’indipendenza, la Lira, la voglia di democrazia che hanno dimostrato a Gezi Park, l’orgoglio nazionale. moscheasolimanoChe dall’Europa antidemocratica, fondata sull’internazionalizzazione del capitalismo, che produce schiavitù per i playground di pochi miliardari, che i musulmani turchi ci invidiano (e non i laici, attenzione), frutto dell’infame crimine di globocrati e funzionari non eletti controllati dalle elite che l’hanno costruita per impugnarla contro il popolo, non hanno nulla da guadagnare. Nulla.

26-28 Dicembre 2013
_continua
parte II →



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