Terremoto anno uno

In dodici mesi di terremoto s'è mossa solo la terra. Oggi sappiamo che nulla tornerà più come prima, e forse è meglio così

Pubblicato il 6 novembre 2017

Nessuno si aspettava una ricorrenza migliore della terribile ricorrenza che c’è stata.
In dodici mesi, qua nel cratere, non s’è mosso nulla se non la terra. Hanno installato casette tre giorni prima dell’anniversario da dare in pasto alle telecamere, ma un anno di abbandono di famiglie in camper e campi di container non l’ha notato nessuno. Poi, a dirla tutta, le uniche riprese sono state quelle di misere reti regionali dallo share compatibile con i più trucidi canali di televendite. Sarebbero servite un anno fa queste strutture che arrivano di solito già vecchie, ma quest’estate, con 45°C nelle roulotte, immagino qualcuno le avrebbe preferite; avrebbero magari limitato l’emorragia che già il 31 ottobre aveva il volto di una deportazione con flotte di autobus in direzione mare e prendete tutto perché è un viaggio vacanza a senso unico. Nessuno è tornato indietro in dodici mesi, servisse una conferma.

Oggi sappiamo che l’obiettivo del piano era tenerci per sempre lontano da qua e hanno vinto loro. In un anno iscrivi i figli a scuola, cerchi un lavoro, ti fai una vita, trovi amici e sostituisci il Varnelli con qualche cocktail da tenere in mano risvoltino alla caviglia, tanto lo Stato mi paga fino a 900euro un affitto al mare e un po’ di sgamo ce lo farò per quanto ladri siano i proprietari degli immobili che alle 7,41 si fregavano già le mani mentre tornavano le giostre. Tanto per non avere dubbi, continueranno almeno per un altro anno – ma non ne saranno meno di dieci, ci scommetto, fate la foto al monitor e ne riparliamo nel 2025 – a pagare affitti da metropoli ai turisti per sempre alla foce del Chienti. Finissero prima questi fondi, che avrebbero già riparato metà dei danni qua nel devastato entroterra, un’altra scommessa che faccio è che proporranno a prezzi che non si possono rifiutare l’acquisto dei tanti immobili invenduti lungo l’Adriatico. Non tornate a casa, là c’è il terremoto, quanto si sta meglio qua in riva al mare e quante case nuove che la crisi ha lasciato vuote ci sono da riempire!

Chi ha un danno “lieve”, un danno di categoria B come abbiamo tutti imparato a classificare le pareti spaccate alle quali in casa non facciamo più caso nonostante continuino ad allargarsi, nemmeno ci prova a chiedere preventivi, che hanno chiaramente importi supremi. E in ogni caso nessuna impresa toccherà un martello finché lo Stato liquiderà gli importi solo a lavori conclusi. Davvero, non è una barzelletta. Solo a lavori conclusi. Metodo L’Aquila. Sappiamo quindi quale deserto ci aspetta.

La diacronia tra google map e google streetview mostra ora sulla mia città vista dall’alto col satellite in tempo quasi reale una serie inaccettabile di buchi color maceria; ora una realtà che non esiste più, datata 2011. Ridevano di mio nonno quando, quarant’anni fa, con la pala in mano scavava più di quanto il geometra avesse prescritto; fondamenta di tre metri? Rino scendeva a quattro. Solai di due metri? Rino alleggeriva. Il cerino resta sempre in mano al muratore, nonno lo sapeva. Chissà se dove sta ora se la lascia scappare una risata, dopo che a casa sua non si è nemmeno scoperchiato il camino quando il 60% della città è inagibile.

Il terremoto senza nome (Centro Italia) né data (agosto, ottobre, gennaio?), è stato dimenticato anche nel giorno dell’anniversario da media indecisi se recarsi a Norcia, a Visso, a Amatrice, alla fine fermi in redazione a recitare con gli occhioni tristi le veline di una Protezione civile per la quale andava già tutto a meraviglia dal caldo della loro base all’Holiday di Porto Sant’Elpidio figuriamoci ora. Avevano così tante vite da salvare in riva al mare che dalle mie parti i soccorsi seri sono arrivati solo dopo una settimana che ci stavamo salvando da soli.
Le mie montagne sono rimaste coi loro silenzi, forse non chiedevano altro. Quella domenica mattina il profilo era bellissimo, così netto sul cielo di ottobre, così luminosi i Sibillini. Quella domenica mattina mi è sembrato di vederli per la prima volta, è stato come accorgersi all’improvviso di essere circondati da monti meravigliosi e imponenti e non aver mai aperto gli occhi in quella direzione. La natura era muta, alle 7,41, dopo l’urlo che ha spaccato tutto e se n’è tornato veloce sottoterra. Nel percepire il contrasto tra quel silenzio e quel disastro mi è sembrato di venire al mondo di nuovo.

Una domenica di sole e vento di un anno dopo ho attraversato i Sibillini nel Piceno. I colli turriti e il monte dell’Ascensione da un lato, il Conero e l’Adriatico dall’altro. Il centro sprangato di Caldarola, dove nessun edificio è stato risparmiato da puntelli e tiranti. I tetti crollati a San Ginesio coperti dai teli, il cielo attraverso le finestre senza vetri né infissi. Le pareti sventrate a Sant’Angelo in Pontano, dove San Nicola nacque e la sua mano forse un anno fa ha retto i solaî; a rovinarci, poi, non è stato il terremoto che morde e fugge quanto il criminale abbandono. Non fare più fila all’ufficio postale o non incontrare più traffico sono vantaggi di cui avrei fatto veramente a meno.

E l’idea assassina di lasciare senza presidio un territorio per saccheggiarlo. Una terra di conquista, ormai è la mia terra, da far attraversare da inutili strade che nutrono costruttori vampiri e gasdotti tanto pericolosi che gli iniziali progetti di farli scorrere lungo la costa – pianeggiante, stabile, attrezzata – sono stati ovviamente rivisti per arretrarli dopo la massiccia urbanizzazione del litorale. Seguiranno questa direzione le aziende insalubri che oggi ammorbano la foce del Chienti: sugli Appennini avremo tanto spazio, pochi trascurabili e silenziosi abitanti da ammalare e nuove strade che serviranno solo a traffici di merci; alle casette si lavora stanchi, ai cantieri della pedemontana matelicese anche di domenica e di notte. Oggi si preferisce perforare e deturpare montagne che ogni vent’anni distruggono tutto quello che l’uomo fa loro che tutelare un ambiente così complesso e chi lo vive, quindi lo protegge e custodisce ogni giorno.

Andatevene tutti affanculo. Io sto con le mie montagne. Resisto con loro, che ci hanno protetto per millenni e credo mai come ora sia il momento di sdebitarci. Ho più paura di voi che di una magnitudo 6.5, cui siamo comunque sopravvissuti. Contro di voi non abbiamo voce né possibilità, ce lo ricordate ogni giorno a colpi di ruspa quanto siamo impotenti di fronte a questo massacro post sisma. Nel Medioevo leggevano il terremoto come una punizione divina. Io non temo la giustizia di Dio, perché colpirà voi, ma la giustizia degli uomini che avete costruito a vostro uso e consumo. E se non posso più sperare in una Rivoluzione che vi impiccherà con le corde che avete cercato di venderci inizio allora, almeno, infine, a sperare in un aldilà di fuoco, spade e uguaglianza.



Dillo a tutti

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