Sicilia. Dai Ciclopi ad Archimede

Un affamato su e giù tra barocco e spiagge ioniche, lungo la Sud Orientale Sicula

Pubblicato il 9 ottobre 2017

Mi sembrava una tendenza da maniaci, da nerd, da disadattati quella che anni fa mi spingeva ad annotarmi le caratteristiche dei miei ridicoli spostamenti. Mettere nero su bianco le sensazioni che uno sguardo mi regalava, le impressioni di un paesaggio, i segnali di un tempo che mi calpestava era uno di quei tanti comportamenti che non sapevo tenere a freno e, sotto sotto, mi facevano star bene.
Consumavo quadernini con una frequenza mensile, ma negli sporadici casi di trasferte, l’occasione richiedeva di dedicare uno sketch book esclusivo ai miei appunti. Più per documentazione personale, per attingere ricordi, che per altro. Quando il supporto è cambiato – l’output, è cambiato – i quaderni sono stati volta volta trascritti in blocchi note digitali, quindi in post per il mio sito laddove parlavo di viaggi. Termine chiaramente sovradimensionato per quelli che erano e sono i miei livelli, oggi più che ieri, oggi che il travel blogger è un lavoro, addirittura. Grazie al cazzo l’hashtag #ilovemywork.
Con lo sconforto di ammettere che anche io, che diarista sono sempre stato, ho sostituito il quaderno al post – o meglio, non ho rinunciato al post dopo il quaderno – le mie note finiscono ancora una volta senza pretesa alcuna e con un ingiustificabile ritardo nel deprecabile web a uso e consumo quasi esclusivo mio e di pochi miei familiari.

A oltre due anni dalla Sud Occidentale Sicula, Volotea che si è insediata in Ancona rivolta a Catania ci ha portato sulla Sud Orientale Sicula.
Non volavo da anni. Non che prima chissàche, ma oggi, oggi che per giunta siamo in tre, ho nuovi occhi per guardare dall’alto; dopo quel 6.5 del 30 ottobre il monte Vettore, da questa quota, è come se fosse un altro, e il pensiero più inutile che mi viene in mente con mio figlio sulle ginocchia che lo guarda senza vederlo o senza sapere cosa sia il Vettore dall’oblò è come sarebbe se tremasse ora, ancora. Come sarebbe sapere che i Sibillini si sono di nuovo spostati mentre non eravamo coi piedi per terra. Probabilmente mi sentirei più un disertore che un sopravvissuto.

Dall’altra parte degli Appennini, dall’altra parte d’Italia, l’Etna. La città assolata e caotica sotto, Catania. Il cielo limpido di settembre, le temperature adorabili, un filo di fumo dall’Etna, il profumo dello Ionio già dal Fontanarossa. A nord Aci Castello e Aci Trezza, i faraglioni emergenti dal mare scagliati da Polifemo contro le navi di Ulisse. Lo spettacolo del mare limpido, l’atmosfera così ricca di contrasto, i loungebar bianchi, la rivalsa del verghiano paesino di pescatori dal tempo immobile. Ma le facciate di case abbandonate, i ferri del cemento armato eroso dalla salsedine a vista, ruggine e immondizia ti ricordano in quanti se ne sono andati, da quaggiù.

Acitrezza, Sicilia

Acitrezza, faraglioni

Pochi giovani in giro, i più arrampicati sugli scogli a prendere il sole di settembre. Sarà che, appunto, è settembre e la gente normale lavora; noi non più, abbiamo scelto la libertà finché le tasche vuote non sceglieranno altro per noi. I bambini, nella piazzetta, giocano a calcio sul sagrato della chiesa. Sembra un periodo di quelli che il sussidiario negli anni Ottanta usava per gli esercizi di analisi grammaticale.

Giardini Naxos, primo insediamento greco in terra sicula, trabocca di verde e abbandono. Stabilimenti balneari ancora aperti ma deserti, case vacanze sprangate e cartelli affittasi cadenti, venditori ambulanti sonnecchiano all’ombra. A Taormina ci si sente stranieri. Per strada si parlano quasi esclusivamente lingue del nord Europa. Io che pensavo si fermassero sul Garda. Il Dalai Lama a passeggio, tra le bancarelle, come un turista qualsiasi. Penso quanto sia complicato per un nordico – nordico vero, almeno tedesco, mica lombardo – arrivare fin qua, su questa roccia a picco sul mare, non semplicissima da raggiungere nemmeno per me tra voli, noleggi auto, passeggini, disservizi, strade in via di sviluppo, una natura spesso inclemente con gli umani tra temperature e fiamme e asprezze. Penso quanto sia diverso spostarsi in queste terre per gente abituata ad efficientissime lande pianeggianti con autostrade a quattro corsie dove tutto è funzionalità e precisione e noia. Penso a quanto possano maledire l’Italia e, per questo, a come si fermeranno poco dopo il Brennero se mai torneranno. Oppure no: la vista di questa bellezza stupisce me, italiano, in una certa misura abituato. Figuriamoci questi pallidi biondi dagli occhi azzurri tristi.

Etna, Sicilia

Etna fumante sopra Taormina

Lungo l’autostrada 6×3 dedicati a cani smarriti. Il lungomare ad Acireale puzza di pesce, gasolio, piscio. Al supermercato arance dal sud Africa e olive dalla Grecia, di fronte campi e alberi da frutto abbandonati. L’Etna fuma senza sosta, tanto verde sotto, un giardino verticale, un mare d’alberi di fronte allo Ionio. Noce, arancio, melograno, fico, vite, banano.

Taormina, Sicilia

Taormina, centro storico

«Ci fosse lavoro sarebbe il paradiso», dice il vecchietto sull’autobus che ci porta a Catania, la Milano del sud in tempi di boom economico, senza il lavoro, lo stress, il grigio di Milano. Ma gli anni Sessanta erano sessant’anni fa, e Misterbianco col suo boom edilizio oggi s’è attaccata alla città distendendosi tra multisala e centri commerciali. Osservando gli abitanti per strada, la loro calma, il loro oziare sulle panchine col cane o giocare a carte su tavolini improvvisati lungo i marciapiedi, il sorseggiare la granita, il loro procedere senza fretta, ma soprattutto il loro sopravvivere in tanti, perché Catania è una grande città e in centinaia di migliaia ci vivono e qualcosa dovranno pur fare ma osservandoli in un giorno infrasettimanale sembra non si lascino troppo catturare dall’ansia sento di condividere un pensiero. Credo in una società in cui il lavoro non debba rovinarci la vita, non crei sfruttamento, non arricchisca l’1% della popolazione a scapito del 99 restante e non generi ingiustizia; una società dove molto appartenga a tanti, dove per star bene non serva solo lavorare, dove si possa vivere soprattutto godendo del tempo e degli affetti. Poi, per spiegare questo sogno, ho una biblioteca di volumi vintage su cui mi sono formato negli anni, ma ogni volta che mi guardo in giro vedo applicazioni involontarie di un pensiero parallelo che mi spingono a lasciare da parte la teoria e godermi lo spettacolo.

Catania, Sicilia

Catania, fontana dell’Elefante

In centro un matrimonio in ogni chiesa, in alcune anche due o tre in successione. Matrimoni a catena. Una città ariosa, pulita, dall’aspetto borghese, ma lenta e riflessiva, calda e avvolgente. Dolce, educata. Un’atmosfera che mi innamora, come mi aspettavo fosse, come da anni già sapevo. Quel senso di insicurezza, che la questura già all’aeroporto cerca di infondere con mappe sulla pericolosità della città, del tutto infondato. La via Etnea un respiro ampio, Piovene (per strada non si parla più di affari, Guido, come nei Sessanta; si parla arabo e inglese) la paragona alla Canebière ed effettivamente riconosco molta Marsiglia, in Catania.
L’elefante in pietra lavica sulla piazza che nessuno sa spiegarmi perché stia lì (wikipedia ovviamente sì, ma la storia è troppo ingarbugliata per farsi leggenda tramandabile tra la gente comune). Qua e là cartelli con indicazioni su come comoprtarsi in caso di terremoto. Nel 1693 il sisma più forte mai registrato in Italia – magnitudo 7.3 – uccise 16mila dei 20mila abitanti di Catania. Trovare un’inattesa esposizione di Escher – di cui pensavo di conoscere tutto prima di trovarmi di fronte a quel piccolo splendore degli Emblemata – ha fatto il resto per rendere Catania l’esperienza che immaginavo.

Intorno ad Augusta ferro e fumi e fiamme, i camini bucano il cielo, le raffinerie si toccano, i serbatoi una muraglia. Siracusa la sorpresa che non m’aspettavo. Nella città nuova quartieri interi di case popolate esclusivamente da africani, aria speziatissima, poche inferriate alle finestre. L’impressione che il numero di forni, dall’odore di pane e dolci diffuso, sia superiore a quello ragionevolmente immaginato per una città della sua portata; l’esperienza sensoriale che sfonda le righe ad ogni ingresso in uno di questi.

Siracusa, Sicilia

Siracusa, Duomo

Quindi, attraversati i ponti, un centro storico che mi lascia senza fiato, un mare da urlo, prospettive incantate. L’isola di Ortigia un’orgia di sovrapposizione di stili, epoche, storie, miti e culture. Le invenzioni di Archimede celebrate in ogni angolo. Il duomo l’esempio più straordinario finora capitatomi si stratificazione di culti, dall’epoca preistorica, greca e romana della città: incorporato il tempio di Atena nella chiesa cristiana, le imponenti colonne delle navate fanno ancora bella mostra del passato pagano. La mia amata San Lorenzo in Doliolo una ridicola basilichetta in confronto.
La fonte Aretusa sgorga cristallina di fronte al porto grande. Gatti, cigni, anatre; cespugli di papiro. Il dio Alfeo, figlio del Titano Oceano, s’innamorò della ninfa Aretusa che faceva il bagno nuda; per sfuggirgli scappò a Ortigia, invocò Artemide, che impietosita la mutò in fonte. Zeus, commosso da Alfeo, lo trasformò allora in fiume e, dal Peloponneso, corse fino a Siracusa, per riemergere in superficie a Ortigia, isola sacra di Artedime. «Allo sbarco degli alleati la fonte Aretusa subì forse il maggiore oltraggio della sua storia, quando i reparti negri si servirono di quelle acque per lavarsi i piedi», ci ricorda ancora Piovene nel suo famoso reportage; i barbari di oggi gettano patatine ai cigni.

Siracusa, Sicilia

Siracusa, Ortigia

Nel centro di Siracusa tanti turisti, stranieri. Li capisco, con questa meraviglia dalla quale nemmeno io riesco a staccare gli occhi. Ma con un fasto del genere sotto mano noi italiani voliamo alle Seychelles. Alla foce del Ciane nasce spontaneo il papiro, probabilmente arrivato qua duemila anni fa dall’Egitto, cresce solo qui in tutta Europa. Ciane, compagna di Persefone condannata da sei semini di melograno a tornare nell’ade da qui a primavera.
Non un pannello solare, non un solare termico, non un tetto funzionale al sole. Il tavolato degli Iblei disegna l’orizzonte. La punta della Sicilia, qua i mari si separano; onde alte, cartelli stradali in italiano e arabo. Nel golfo di Noto, tra Pachino e Marzamemi trappola turistica, già si raccolgono le olive. La riserva naturale di Calamosche ha sabbia rossa, terra arsa e olivi. E un mare meraviglioso.

Qualche bunker sulla spiaggia. I pesci in un’acqua che sembra quella di una piscina rosicchiano i piedi. Un patrimonio edilizio abbandonato che suscita molte domande, le cui poche risposte credo si perdano oltre i margini del codice legale. Gruppetti di uomini sotto l’ombrellone si attardano ore in inutili discorsi politici senza MAI nominare l’Europa.
Case in tufo, muretti a secco, l’olivo e l’olivastro. Il mito di Ulisse, Pindaro e Archimede. Le campane delle greggi di pecore. Il sapore dolce del pistacchio e dell’alba in bocca.

sicilia

Il sole si alza lento e grasso dallo Ionio, dietro le ciminiere di Augusta. A salutarci un geco, simbolo di adattabilità e sopravvivenza. Sopravvivenza. Sappiamo cosa significa sopravvivere, in Sicilia come sui Sibillini. All’atterraggio, sugli Appennini, la neve.



Dillo a tutti

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