Sanseverino, 1943-1944. Una storia di guerra

Magari fossero stati i fasci. Anniversario della Liberazione: compendio storico per ignoranti.

Pubblicato il 2 luglio 2013

Mi piacerebbe poter pensare che esista una contrapposizione ideologica, per quanto forse nemmeno settant’anni fa, qua, avrebbe avuto senso parlare di questa cosa in questi termini. Sarebbe bello potersi appellare a un sano scontro di idee, a un confronto – anche, a volte scorretto – tra punti di vista che adoperano tutte le armi perché di guerra si tratta. Restituirebbe persino un tono alla debolezza con cui da decenni si trascinano avanti testimonianze sfiatate di valori che – e la dico grossa – 69 anni fa esatti in pochi avevano colto, in pochissimi potevano anche solo pianificare di capitalizzare, nessuno, guardandosi intorno – era Italia ieri come lo è oggi – sperava che avrebbero costruito qualcosa di migliore (anche se non, ovviamente, in termini di democrazia, dove era complicato far di peggio) per le generazioni a venire. O se lo speravano, il passaggio dal Ventennio al Quarantennio ha risposto per loro.
Ecco, sarebbe una soddisfazione, quasi una rivalsa per me che in un simbolo avevo investito passione, addirittura, sarebbe magari un motivo di scossa delle coscienze poter apostrofare come fascisti quelli che hanno accolto il 69° anniversario della Liberazione settempedana, il I luglio 2013, al monumento al ponte di Chigiano, con scritte ignobili impresse da anonimi neri spray sull’asfalto della celebrazione. Sarebbe.
Ma non lo è. Semplicemente perché non di fascisti si tratta. Anzitutto perché per i fasci ho rispetto, almeno per quelli che ho conosciuto, e so che stronzate come queste non appartengono al loro modo di fare, dalle mie parti. Sul giudizio in merito quale sia, il loro modo di fare, ognuno la veda come vuole, ma scritte come quelle comparse sono una vergogna, prima che per chi crede nei valori della Resistenza, per chi pratica la lingua italiana. Cazzo significa “Anche se tutti noi no”?

chigiano2013


Giusto un consiglio, oltre allo scontato far seguire un verbo a un soggetto: andatevi a leggere cosa successe in quel posto nel 1944. Magari vi passa la voglia di usare Arexons a caso. Non accuso nessun altro al di fuori dell’ignoranza della vostra adolescenza turbata da iPhone monoapp e stereotipi che nemmeno l’implementazione bulimica tecnologica è riuscita a mettere di fronte a porte spalancate da decenni. E ovviamente i vostri genitori, ma col Comune costituitosi parte civile, appena qualche vostro amichetto vi infama – sappiate che lo faranno – con quello che dovranno pagare si pentiranno da solo degli anni in cui ingenuamente hanno trascurato qualche elemento della vostra istruzione.
In ogni caso, per rendervi la vita più facile – dubito conosciate difficoltà superiori al login di una terza parte – vi incollo qua sotto qualche informazione storica recuperata da qui – dove potrete volendo approfondire – sui fatti che portarono, tra Valdiola e il San Vicino, tra il 1943 e il 1944, alla Liberazione della città dall’occupante. Con l’augurio che per i 70 anni, l’anno prossimo, sappiate fare di meglio. O almeno farlo in italiano.

All’indomani dell’8 settembre, siglato l’armistizio e fuggito il re al sud, gruppi antifascisti e fuggitivi si aggregano in clandestinità nel territorio settempedano come nel resto dell’entroterra marchigiano. L’istriano Mario Depangher, internato da poco a Sanseverino con alle spalle un lungo passato di lotte e carcere fascista, organizza incontri e predispone piani di azione in vista del momento in cui, inevitabilmente, bisognerà armarsi.

Si contano già un centinaio di uomini che, dietro la guida di Depangher e il collegamento organizzativo con l’anconetana Brigata Garibaldi, si mobilitano in attività propagandistiche nelle campagne, tra i fuggiaschi, tra i disertori. Si strutturano in banda per avere una base e una logistica dedicate alla lotta partigiana, orientata al modello di guerriglia jugoslavo di cui Depangher aveva avuto conoscenza diretta.

La prima esigenza è armarsi. Le poche rivoltelle racimolate in campagna e le armi prelevate già l’8 settembre al deposito militare di ponte Sant’Antonio non bastano, servono armamenti pesanti per fronteggiare le SS e le squadre fasciste già operative dopo la costituzione dell’RSI di Macerata. L’assalto al campo di concentramento di Sforzacosta, il 22 settembre, frutta una mitragliatrice – e diversi slavi che si aggregano alla banda – ma il grosso dell’armamento di partenza arriva dalla caserma dei carabinieri di San Domenico, a Sanseverino. Dietro un nascosto accordo con il maresciallo Antonio Giordano, Mario e i suoi mettono in scena un finto attacco alla caserma portando via le armi. Ma in città le spie sono molte, non passa che qualche giorno quando al comando RSI maceratese giunge la verità.

Il primo ottobre i tedeschi arrestano Giordano per tradimento. Caricato sulla jeep, percorsi pochi metri, all’altezza di Piazza del Popolo il possente Giordano, in un impeto, si libera, stende i militari e scappa tra i vicoli in una scarica di proiettili che fortunatamente lo manca. Il maresciallo si dà alla macchia, assieme ai partigiani. Un episodio che viene letto dalla popolazione con grande entusiasmo, come un rifiuto al sopruso nemico straniero. Un gesto che simbolicamente dà il via alla Resistenza a Sanseverino.

Dalle alture di San Pacifico, alle spalle del colle di Castello, i partigiani tengono sotto tiro la strada che sale dalla città. I tedeschi, infuriati per la vicenda di Giordano, lo stesso primo ottobre 1944, impossibilitati a proseguire oltre puntano le armi verso San Pacifico dall’arco di San Francesco. Si apre il fuoco da entrambi i fronti. La potenza della banda di Depangher è di troppo inferiore ai tedeschi, entro breve è costretta a indietreggiare per riparare nei boschi retrostanti il santuario, ma sul far della notte tra le fila dei nazifascisti si contano quattro morti e dieci feriti. Solamente due i feriti per Mario.

Il battesimo del fuoco ha però spaventato, è stato un assaggio di guerra vera, ha mostrato la morte a ragazzi che forse non se l’aspettavano così cruda, tanto che da un centinaio gli uomini della banda si riducono, in una notte, a meno di trenta. Conosciuto lo scontro nella sua drammatica realtà, in molti tornano alle loro case. Per chi resta, non c’è tempo da perdere. La staffetta notturna da Sanseverino non porta buone nuove: i tedeschi torneranno, meglio armati, più numerosi. Depangher ha poche munizioni, pochi uomini, lo scontro non sarebbe sostenibile. La banda fugge la notte stessa alla volta di Stigliano, per poi dirigersi a Chigiano e, infine, a Valdiola, dove si concentrerà la Resistenza nei mesi a seguire. Il due ottobre i tedeschi assaltano San Pacifico, non trovando nessuno.

Valdiola è una gola che scende per diversi chilometri dal monte Argentaro lungo il fiume Musone, ai piedi del versante sud est del monte Canfaito. In quegli anni densamente abitata da contadini e allevatori, quella striscia di terra accoglie nell’inverno a cavallo tra il 1943 e 1l 1944 il grosso della banda di Depangher, ospitato nella clandestinità, protetto dai monti, nascosto dai boschi.

Due le direzioni degli atti di guerriglia intrapresi in quei mesi: reperire armamenti – oltre a cibo e vestiario – e sabotare i rifornimenti del nemico. Si portano a segno azioni per prelevare il grano dai magazzini delle frazioni prima che se ne impossessino le autorità, per poi ridistribuirlo tra la popolazione. A nulla valgono le minacce fasciste contro chi non restituisca il maltolto e denunci i partigiani, la banda acquisisce ogni giorno maggiore consenso.

Un’azione militare congiunta tra la banda Mario e il gruppo Roti di Matelica, i primi di novembre, assalta il campo della PAI di Treia, dove si concentrano deportati del corno d’Africa. Si recuperano armi automatiche e diversi africani si uniscono ai loro liberatori. A febbraio arriva la neve. Due metri, in montagna. La banda è cresciuta, sia di numero che di organizzazione, è il momento di strutturarsi ulteriormente: si forma il I Battaglione Mario, comandato dallo stesso Mario Depangher, alle dipendenze della V Brigata Garibaldi di Ancona. Tre le brigate: Stigliano, Valdiola e Elcito.

Quella del 24 marzo è una delle battaglie più importanti della resistenza marchigiana, combattuta sulle alture appenniniche tra Matelica e Sanseverino Marche. Duemila unità italotedesche, munite di guide locali espertissime del territorio, armate fino ai denti, si muovono in una morsa a triangolo da Matelica, Apiro e Sanseverino per schiacciare una volta per tutte la resistenza concentrata a Valdiola. Con Mario Depangher solo duecento uomini, colti di sorpresa, privi di molti compagni recatisi a recuperare un difficile lancio alleato la notte stessa tra la neve a Passo San Romualdo.

Alle tre del mattino i nazifascisti hanno già preso Elcito e Chigiano, Ugliano è in mano fascista e Roti sotto attacco tedesco. A Braccano, trovata sguarnita di protezione, la furia delle SS trucida un sacerdote della Resistenza, Don Enrico Pocognoni, assieme alla sorella e a un contadino. Roti cade. La colpevole negligenza del comando della posizione ha spalancato la strada al nemico, che ora punta su Valdiola senza più ostacoli. La situazione precipita. Depangher sgancia un contingente al comando del capitano Salvatore Valerio nella speranza di creare qualche difficoltà all’avanzata nemica, ma non fa in tempo ad arrivare in soccorso a Roti: i tedeschi sono già al valico, sul monte Argentaro. Valerio e i suoi, costretti a combattere allo scoperto, solo in cinque e con armi insufficienti, cadono uno dopo l’altro. Valerio fu ritrovato senza un solo bossolo inesploso. Forse per rispetto, i tedeschi non ne toccarono il corpo e gli lasciarono il mitra in braccio. Un cippo commemorativo, in cima all’Argentaro, ricorda quel gesto ancora oggi. A Valerio è stata concessa la medaglia d’oro al valor militare.

Alle 13 Valdiola è persa. Le case sono occupate dal nemico ed incendiate. Arrivano i rinforzi, dal fabrianese e da Cingoli, che colpiscono la vallata occupata dai boschi. Ugliano è riconquistato dal Battaglione Mario, i tedeschi si ritirano. Una quindicina, tra morti e dispersi tra i partigiani, oltre cento i cadaveri tedeschi lasciati a Valdiola. Anche il bollettino di guerra tedesco parla di questa lunga e tragica battaglia. Alla scia di sangue della giornata si aggiunge l’evento forse più impressionante, quello che scuoterà più le coscienze negli anni a venire: al ponte di Chigiano cinque giovanissimi che correvano in soccorso del distaccamento di Roti sono intercettati dalle SS, seviziati, gettati nel Musone in fin di vita e uccisi a sassate.

Il Battaglione ha subito gravi perdite, è stata una pesante sconfitta. Nemmeno 24 ore dopo la battaglia, negli occhi ancora i compagni trucidati al ponte di Chigiano, si cerca vendetta e viene organizzato un attacco in città. Finora la resistenza si era limitata a rispondere al fuoco, a sabotare, a far propaganda, ad accogliere fuggitivi. Ora le cose sono cambiate, l’equilibrio si è rotto e la reciproca non belligeranza che si basava tra i forti rapporti umani dei protagonisti – che, non va dimenticato, erano persone cresciute assieme nella stessa città, con gradi di conoscenza reciproca tipici dei piccoli centri – era stata oscurata dal sangue della battaglia. Con l’ingresso massiccio di tedeschi nella gestione degli scontri, ormai c’erano occupanti stranieri che attaccavano sconosciuti, non più una potenziale situazione di guerra civile tenuta a bada dalla sapiente diplomazia di Mario Depangher e dal sentirsi fratelli, anche nella guerra, dei settempedani, repubblichini o partigiani che fossero.

Sul far della sera un gruppo si dirige all’albergo Massi, luogo di ritrovo fascista, e un altro a sabotare il centralino telefonico in Piazza del Popolo. Le cose non vanno tuttavia come previsto, il piano di assalto viene scoperto e si genera una confusione che costringe i partigiani alla ritirata. Viene comunque aperto il fuoco, ci sono feriti e nella fuga due fascisti vengono fucilati. Sono due cittadini molto conosciuti, come lo sono le loro famiglie. Ormai la città ha capito che la guerra non può più essere tenuta lontano.

Dopo Valdiola sono emerse tute le lacune del Battaglione: scarso addestramento, armi inadeguate, organizzazione inefficiente. I gruppi si frammentano ulteriormente per aumentare la complessità interna, intensificano i sabotaggi, investono tempo in pianificazione e strategia. Il 26 aprile, replicando un’azione simile a quella di marzo, battaglioni italo tedeschi attaccano ancora Valdiola. Stavolta la resistenza è forte, non si fa prendere di sorpresa: a Sasso Spaccato, nei pressi di Elcito, una ventina di combattenti del Battaglione mette in fuga i reparti attaccanti, lasciando sul terreno una decina di morti. Nella vallata di Valdiola i tedeschi non fanno paura. Tuttavia, nell’ultima casa rimasta in piedi dopo la battaglia di marzo, le SS sorprendono e trucidano la Armando e Venturino Falistocco insieme a Marino Costantini e Giuseppe Poeta che si trovavano lì, dando poi alle fiamme corpi e abitazione.

In generale, anche e soprattutto in città, la situazione per i fascisti si va deteriorando velocemente. L’avanzata del fronte è alle porte, la popolazione è allo stremo e l’organizzazione dei Gruppi di Azione Patriottica è attiva con sabotaggi e propaganda. Siamo in maggio, i partigiani si avvicinano sempre più alla città e i tedeschi iniziano la ritirata. Molti della RSI si avvicinano al CLN, gli altri si spostano a Macerata. I bombardamenti degli alleati si fanno frequenti, infrastrutture e linee ferroviarie (anche il mercato un sabato mattina di giugno, fortunatamente senza vittime) sono prese di mira ripetutamente, solo il ponte di San Bartolomeo resta in piedi grazie alle sue possenti arcate che “risucchiano” le bombe.

Il passaggio del fronte è prossimo. Già il 10 giugno i partigiani entrano in città indisturbati. La priorità ora è evitare atti di rappresaglia contro la popolazione a suo tempo schieratasi con gli invasori, ma su questo punto Mario Depangher è inflessibile, la sua sorveglianza affinché la guerra quasi alle spalle non divenga civile è attenta. I guastatori del nemico in fuga fanno saltare tutti i ponti, con un danno al patrimonio enorme.

Il nemico se n’è andato. Ai partigiani del Battaglione Mario non rimane che entrare ufficialmente a Sanseverino: il primo luglio 1944 due colonne riempiono la piazza da est e da ovest, scoppia la festa. Dalla terrazza del palazzo comunale Depangher saluta i settempedani, bandiere degli alleati e di tutti i paesi che hanno fornito manodopera alla Resistenza sventolano dal terrazzo. Sulla torre di Castello è issata bandiera rossa, poi ammainata dietro minaccia dei polacchi arrivati a Tolentino di abbattere la torre a colpi di cannone.

Dopo 24 ore arrivano i patrioti della Brigata Majella che tallonava i tedeschi. Qualche donna accusata di aver fraternizzato con gli invasori viene rasata, nessun altro atto violento contro nessuno. Il CLN nomina Depangher commissario straordinario, poi il governo militare alleato lo fa sindaco, primo sindaco di una Sanseverino finalmente liberata.



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