Marocco. Un morso di Maghreb

Fuori rotta tra i moderati arabi. Immersione in Marocco da Fés a Rabat passando per il Rif

Pubblicato il 25 novembre 2014

Immaginavo palme, deserto e cammelli, nel Nord del Marocco ho trovato olivi e aranci, campi arati e gatti. Quindi muli. Più che un animale, prima che un essere vivente, il mulo qua è un macchinario: operaio sottoproletario, caricato di ogni genere di materiale, dall’immondizia ai laterizi ai tappeti, è l’unico mezzo di trasporto in grado di arrampicarsi nei vicoli angusti e affollati delle città vecchie, dove non fosse per gli smartphone di annoiati adolescenti seduti in terra che trasmettono musiche popolari diresti che il tempo si sia fermato secoli fa. fes
Ci sono quattro capitali in questo Paese del Maghreb, “Terra d’Occidente” dell’Africa: una turistica – Marrakech -, una economica – Casablanca -, una amministrativa – Rabat – e una religiosa: Fès, prima capitale storica del Marocco, ha l’università più antica al mondo, la medina abitata più grande del mondo arabo e la maggiore conceria del Nord Africa. Attraversando la città nuova coloniale per arrivare alle massicce mura merlate non ti aspetteresti di trovare quella medina là, oltre i vialoni alberati, i McDonald’s, i centri commerciali, le banche, i multisala, i neri questuanti ai semafori, gli adesivi Apple sui Mercedes 240D, le villette con le guardie armate. Ma quando spuntano i merli a punta della città vecchia il discorso cambia. fes
Perdersi nelle viscere di Fès-el-bali non è come perdersi in un qualsiasi centro storico medievale occidentale. Quei mille e mille vicoli contorti disordinati dove entrano a stento due persone spalla a spalla, dal cielo invisibile dietro pareti e tettoie, scuri, affollati oltre ogni capacità da gente che vende di tutto, erano e restano un sistema difensivo: se il nemico entrava, non sarebbe uscito. Oggi, centinaia di guide improvvisate – di ogni età e ceto sociale, dai bambini col grembiule poliglotti ai tossici malandati – approfittano del tuo disperato disorientamento per condurti nel più inutile giro turistico che sfiora un paio di moschee dall’ingresso agli infedeli interdetto e tra un’offerta di hashish e una di oppio conduce immancabilmente nella bottega del parente che vende tappeti o olio di Argan. Tuttavia, rinunciare alle loro offerte significa perdersi, il che non è necessariamente sempre un male. Anzi.

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Popolano il dedalo del coloratissimo labirinto uomini che conducono muli a cui tremano le zampe dal peso sul dorso, uomini che vendono immondizia raccolta dalla strada, uomini che millantano le qualità di spezie e alimenti sgargianti profumatissimi circondati da insetti, uomini le cui grida si rincorrono nel rincorrere acquirenti, uomini al bar a bere caffè o the alla menta – l’alcool non esiste -, uomini che sgozzano polli che lanciano urla insopportabili, uomini che pregano, uomini avvolti in sacchi di lana a piedi nudi, uomini che elemosinano, uomini che ti chiamano «Amigo» e «Mi Amor» e «Catalunia» che la dicono lunga sull’origine del grosso del flusso turistico, uomini che scaldano il fumo appoggiati a pareti ornatissime, uomini che lavorano a testa bassa, uomini che aspettano il giorno dopo. Donne poche. Dietro ai bimbi, e qualche turista. Troppi burqa, troppi. Dalle fessure occhi scurissimi guardano a terra. fes-conceria
Alla conceria l’aria è irrespirabile. I pellami che diventeranno borse e cinte e scarpe vengono trattati in grosse vasche con ammoniaca, merda di piccione e piscio di vacca. Quindi tinti, tagliati, essiccati. Non c’è una sola macchina dietro questo processo. All’aria aperta, immersi nel putrido fino alle cosce, decine di uomini che avranno vita breve si lordano chini tra vasche e gualchiere come fossero schiavi in un protoindustriale Quattrocento. Provo a chiedere chi acquista o commissiona queste pelli, per chi si stanno rovinando la vita questi disgraziati, ma non ottengo risposta in nessuna delle lingue parlate in questo girone dantesco. Non so se mi disgusta più che lo facciano per i turisti, dal momento che i grandi nomi hanno bisogno di strutture e schiavi diversi, o che appunto lo facciano per qualche mercato cui bastano queste dimensioni. Ci sia una terza alternativa non mi è dato saperlo, ma ne dubito. fes
Cala il buio su Fès. Nessun minareto si accende, l’energia non si spreca per i monumenti. Le botteghe serrano le imposte e scompaiono anche i pochi punti di riferimento visivo nel labirintico centro storico arrampicato sul colle. Guadagnare Piazza R’Cif, l’unico spazio aperto nella medina, sfuggendo alle cure dei troppi che vogliono accompagnarti, è un’impresa. Bambini giocano a calcio al buio senza scarpe con palloni sgonfi, i tossici allineano le siringhe sul marciapiede, i pusher si moltiplicano. «Fatti un cannone e dimentica Berluscone» l’invito più divertente e triste; non avrei mai immaginato per l’Italia qualcosa di peggio del Cavaliere, invece al peggio non c’è mai limite. Non si capacitano che un italiano non fumi, non la prendono per niente bene. Anche questo racconta molto del nostro turismo, che per fortuna preferisce ancora spendere il quintuplo ad Amsterdam; sarà, deduco, per le mignotte, anche. Qua, nel più moderato dei Paesi Arabi, una donna scoperta è una rarità o un’europea. Per un bacio all’ombra di una colonna alla stazione siamo stati richiamati all’ordine senza troppi salamelecchi dagli irritatissimi astanti. E’ più facile pagare per ottenere una prestazione omosessuale da un minorenne che avere una possibilità con una donna, in Marocco, dicono le guide. E tanto l’omosessualità che la pedofilia sono reati.

Una mandria di muli, al mattino, ripulisce la città dall’immondizia. La strada che da Fès corre verso Nord, verso il Mediterraneo, verso l’Europa, è disseminata di militari che ogni poco sorvegliano senza un motivo apparente campi di olivi e cicogne e di bambini zaino in spalla che a ogni ora si dirigono a gruppetti in direzione di scuole di campagna. Chilometri di campi, tetti di paglia, asini e aratri, insegne CocaCola dipinte, rocce, cicogne e fossi neri. Nelle sparute stazioni di servizio, più vicine ai saloon del farwest che alla nostra concezione di Autogrill, quarti di bue appesi ai ganci all’aria aperta e banconi/graticole circondati da cani sui piazzali per il fastfood dei camionisti. chefchaouen
Tra le montagne ora aride ora rigogliose del Rif scoppia la macchia azzurra di Chefchaouen. Destinazione eletta a paradiso hippie negli anni Settanta per la potenza e la purezza dell’hashish coltivato in questa regione, le carovane dei figli dei fiori di allora hanno lasciato in eredità decine di freak europei che si aggirano con i loro zainoni, abiti colorati e iPhone tra i tracciati irregolari della città vecchia, contrattando in andaluso nei vicoli azzurri con berberi locali dagli occhi distrutti fumo e oppio. «La migliore medicina marocchina», «Soluzione per il mal di testa» e annunci simili ti bisbigliano all’orecchio i ragazzi del posto senza insistere troppo che il mercato è vasto e non si perde tempo coi «salutisti» e vaglielo a spiegare che a me piace l’alcool e non ammetto tradimenti né promiscuità e il loro the alla menta sarà buono come ottima la loro mariujana ma non fa per me. Non c’è forza dell’ordine che metta piede nella medina, e ammesso lo faccia sembra parecchio tollerato lo spaccio. A dirla tutta, mi infastidiscono di più per un motivo che razionalmente non so decifrare i nordeuropei e i loro abiti tecnici e i loro selfie e le loro guide in buste impermeabili dei pusher tutto sommato simpatici, che anche se il fumo non te lo vendono due parole e un sorriso con te li scambiano volentieri.
Nel buio della notte poco illuminata da deboli lampade, sullo sfondo di tutto questo azzurro sembrano quasi meno minacciosi anche i marocchini appoggiati alle pareti dei vicoli che sgranocchiano semi di girasole attendendo il tempo passare. Minaccia, in ogni caso, tale solo agli occhi occidentali: se in vicoli del genere, in Italia, avrei paura ad infilarmi, più di una volta mi sono sentito esageratamente ed iutilmente paranoico a titubare in Paesi poveri. Sarà che la criminalità, qua, è molto limitata – l’assenza di forze dell’ordine lo dimostra -, sarà che toccare un turista (anche se «sembri berbero») è un suicidio, sarà che se mi svuotassero le tasche uscirebbero al massimo venti euro e a guardarmi si capisce, ma, quasi sempre, queste paure non hanno fondamento, nel Terzo e nel Secondo mondo più o meno orientati al turismo. Da Marsiglia a Lisbona, da São Paulo a Tirana, a parità di centro e semicentro non mi sono mai sentito tanto in pericolo come tra Casilina e Prenestina.

Qualche timido manifesto accosta la stella verde marocchina a quelle gialle in circolo dell’UE e penso che dalle nostre parti, da dove quella comunicazione suppongo sia partita, si sia perso del tutto il senso del ridicolo. In prossimità del grande conurbamento metropolitano costiero compaiono tra le palme le bidonvilles, la periferia, le fabbriche, le discariche, i campi da calcio improvvisati sugli sterrati, i centri commerciali e i grattacieli come in tutte le metropoli del mondo. rabat
Schiaffeggiata dall’Oceano e martoriata dal caos disordinato dei suoi due milioni di abitanti, città storica circondata dalla modernità che il ruolo di capitale impone, Rabat parla solo francese e del turismo non sa che farsene. Uomini mangiano in giacca e cravatta con le mani – senza usare la sinistra – e non lesinano sguardi carichi di repulsione nei confronti di coppie eterosessuali più o meno libere di aggirarsi nella loro terra moderata araba. Penso a quanto sia avanzata la capacità linguistica dei marocchini che saltano continuamente tra due – almeno – lingue così diverse, due alfabeti opposti, due comunicazioni tanto distanti come l’arabo e il francese o lo spagnolo; poi mi accorgo che nemmeno nei nomi delle vie l’arabo si usa più, a Rabat. Nei manifesti, nelle insegne, nei menu, nelle indicazioni e in mille altri luoghi pubblici e privati lungo gli ampi boulevards nemmeno. Dal ’56 l’eredità del Colonialismo ha lentamente sovrascritto l’identità maghrebina del Marocco fino a farne, oggi, un satellite europeo – due aeroporti serviti da Ryanair confermano -, proprio mentre l’integralismo islamico guadagna forze nell’intenzione di smantellare quegli assetti e restaurare una società araba antioccidentale. Contraddizione condivisa da tutto il Maghreb, ma solo in Marocco un monarca, discendente di Maometto, esercitando nel consenso dei suoi sudditi un potere assoluto, riesce a garantire una dialettica democratica e, definendosi “Padre dei Credenti”, a proteggere il Paese dall’integralismo. rabat
All’enoteca – l’unica che ho visto – del mercato coperto di Rabat c’è fila. Il fumo della carne arrosto che cuoce sui marciapiedi invade il bazaar, donne girano scoperte abbigliate con pigiamoni di pile color fluo. Neon alle pareti come insegne, la Kasbah degli Udayas alta sull’estuario del Bou Regreg, dall’altra parte la città gemella Salé. Il tuo trentesimo sull’Oceano come il mio, allora. Erano i miei trent’anni, quelli sul medesimo Atlantico, quando iniziò una storia. Sono passati tre anni e ancora ci guardiamo più attorno che indietro, più in faccia che avanti, tra Oceano e Mediterraneo. rabat
Trasmettono qualcosa di estraneo le luci natalizie senza freddo né campanili né chiese. La torre di Hassan si staglia calda sull’Oceano che fa la voce grossa, una tempesta atlantica allaga la capitale per ore. In pochi se ne curano. Le cicogne fanno i nidi in cima ai minareti a base quadrata, i gatti vivono liberi per le strade. Cortili interni decoratissimi anche per il peggior rudere raccontano storie di un Paese che tanto ha da dire e così poco, in tanti anni di contaminazione, abbiamo ascoltato.



Dillo a tutti

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Qualcosa in merito
  • simo dice:

    Rileggendo il tuo resoconto mi vengono in mente altre 10, 100, 1000 ricordi, anche se la sensazione schiacciante va tutta per sti disgraziati che per… 100 euro al mese? fanno una vita infernale pigiando pigmenti tossici misti a merda di piccione sotto i flash impazziti di noi turisti. Marrone le pelli, marroni le gambe immerse fino ai bacini, marroni le mani con cui si asciugano il sudore dalla fronte. Era una mancanza di respiro lancinante a tal punto da aver dubitato per una decina di minuti se fotogafarli o meno. E non mi riferisco solo al tanfo sprigionato dalle vasche.
    E’ stato un viaggio molto particolare, aldilà del mood cazzone del mio diario, ed il cielo plumbeo interrotto solo dagli uccelli della piazza principale di Fez non h fatto che confermarmelo. A presto e grazie per il tuo commento: le tue foto sono spettacolari ed i testi davvero incisivi. Ora mi spulcio per bene il tuo blog da cima a fondo
    Simona

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